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“Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l'inesprimibile. Fissavo delle vertigini.”
Arthur Rimbaud

In questo momento di silenzio, di notti fuori tempo, di giorni immobili e metri di distanza, avviciniamoci alle parole del nostro spirito e riscopriamoci vicini nell'inesprimibile vertigine dell'ignoto che ci unisce.

Siate creativi e condividete con noi il vostro essere artisti in quarantena! Inviate il vostro scritto a [email protected]

CARO DARIO DEL 2050

di Dario Mazza - laboratorio condotto da Valentina Paiano


Caro Dario del 2050,

minchia se sei invecchiato! Facciamo così:

ti parlo io così non ti affatichi, perché non è che ti vedo proprio bene, eh!  ‘Sta palpebra un po’ cadente e quelle pieghe che t’attraversano il viso da occidente a oriente, delle punte dalla punta dei piedi alla cima dei capelli… pochi… No, non pochi piedi… I capelli!

Oh? Ma chitarra la suono ancora?

L’hai trovata poi la fidanzata, o m’hai condannato ad altri trent’anni tipo di pugnette???

L’ultima che mi ricordo se ne andò un sabato di inizio ottobre: io l’ho perdonata per avermi amato troppo; ma lei non m’ha scusato mai per averla amata troppo poco…

Che poi il poeta diceva che l’amore andrebbe preservato fin dall’inizio dai MAI E POI MAI e dai SEMPRE E POI SEMPRE...
Ma i poeti li capisci o troppo tardi, quando è già finita, o troppo presto, quando non ti serve a niente.  

Oh? Ma te lo ricordi il marzo del 2020? Sì quello che i libri racconteranno come il mese in cui i papaveri fiorivano indisturbati tra le crepe del marciapiede, l’aria di Milano divenne pura come quella di Cortina, che a respirarla bruciava pure un po’ la gola: e chi l’aveva mai provata l’aria a Milano?!?… Che le lepri presero possesso dei parchi (le lepri, sì… Tipo conigli, ma con le patate ancora più buone!)… l’anno che quel virus con la corona ci ricordò: “ah belli!? Ma mica penserete di essere li padroni del mondo???!!!???“

Io mi ricordo che all’inizio pensai: maaaaammaaa, se esco vivo di qua, che devo combinà! Sto fuori tutte le sere… Sere? E chi rientra proprio! Sere, notti, giorni… mi licenzio… e campo di abbracci… Tutti, tutti li voglio abbraccià, belli e brutti, ricchi e poverelli… Che magari ai ricchi, mentre l’abbraccio, faccio scivolà na mano e… Aò! Mi so’ licenziato… Vabbè campà d’abbracci, ma qualcosa nella panza la devo pur mettere, no?!?

E poi voglio bacià tutte le ragazze: quelle belle… e quello ancora più belle, perché le ragazze brutte non esistono… A parte Angela, vabbè… Ma quella è brutta “de core”!

E invece non andò mica così… Mi misi a pensare…

A pensare a quanto conta un gesto, quanto importa una parola, quanto vale il tempo, che il tempo poi non torna mai.
E cominciare a convincermi che no, che non li avrei abbracciati tutti; che non le avrei strette tutte quelle mani e che avrei cercato due labbra soltanto…

Ma non perché fosse “pericoloso” abbracciare, baciare, stringere la mano…

Ma perché se t’abbraccio è perché tu sei importante; se ti stringo la mano è perché a te ci tengo; se ti sorrido e ti bacio è perché sei tu la sola al mondo…

Minchia quanto sei vecchio! Sembri mio padre!

E gli assomigli pure….


PANICO

di Laura Minore - scrittura narrativa condotto da Michela Tilli

In questo periodo così critico, sto cercando di non farmi prendere completamente dal panico.

Ma non è facile.

La gente è impazzita.

Ero al telefono con un’amica.

IO: Ieri sono andata a fare la spesa, ho dovuto… l’alternativa sarebbe stata quella di mangiare la farina a cucchiaiate!!!

LEI: Eh, capisco, ma ti sei protetta?

IO: In che senso?

LEI: Avevi la mascherina?

IO: No.

LEI: E i guanti? I guanti li avevi?

IO: No, non li avevo…

LEI: Ma tu sei matta! Completamente matta!

IO: Ascolta, non è che sono uscita senza mutande! Non esagerare… andiamo…

E così, dopo questa tremenda ramanzina, carica a pallettoni di una dose massiccia di paturnie di vario tipo (per esempio “Non prenderai l’ascensore! Se impazzita!”) mi sono armata di mascherina chirurgica, di guanti monouso e, già che ci siamo, di occhiali da sole, e sono uscita.

Ogni volta che esco per andare al supermercato, con circospezione, guardo bene a destra e a sinistra, mica che incontro una pattuglia della polizia che mi ferma, mi sento una vera criminale solo perché ho bisogno di comprare dei pomodori… ma in fondo mica vado a rubarli (per il momento, poi, se continua così, non so…!).

Comunque, arrivo davanti al supermercato e, armata di santa pazienza, mi metto in coda e aspetto.

Avrò davanti una decina di persone e dietro almeno trenta, tutte, chi più chi meno, dotate di protezioni: dalle mascherine super professional agli swiffer.

Mentre sto giocherellando con il cellulare, sento una voce, alzo lo sguardo e vedo una vecchia con il suo bel trolley porta spesa, senza lo straccio di una mascherina né tantomeno di guanti, che si avvicina a venti centimetri dalla mia faccia e mi chiede: “Dove hai comprato la mascherina?”

Faccio un balzo indietro (mai stata così rapida in vita mia) e le dico: “Ce l’avevo da prima.”

No, ma dico, tra tutti, la vecchia doveva scegliere proprio me… perché io? Perché!!!??? Perchéééé???!!!

Sono spacciata.


IL BUIO ALL'IMPROVVISO

di Franca Fontana – corso scrittura narrativa condotto da Michela Tilli

Come tutti i venerdì, finito il lavoro, Elvira si precipitò in stazione per prendere l’eurocity che l’avrebbe portata nella sua città natale. Era allegra, l’idea di poter godere di qualche meritato giorno di vacanza - carnevale era alle porte -, la rendeva radiosa. Dall’altra parte del binario, incrociò lo sguardo preoccupato della sua collega Mirella, diretta a Milano. “Ho paura…”, le gridò dal binario due, mentre salivano sui rispettivi vagoni. Elvira non fece in tempo a chiederle di cosa, ma sentì un fremito dentro di sé.

Scelse un posto solitario. Finalmente avrebbe potuto trovare un po’ di calma e circondarsi dei suoi grandi affetti, primo tra tutti quello del padre che, come tutti i venerdì, sarebbe andata a trovare nella struttura dove viveva da due anni. Il loro amore era fatto di riti: l’incontro, l’abbraccio stretto, la passeggiata ai giardinetti, il caffè al bar in compagnia di qualche altro suo amico, anch’egli felice di un sorriso, la solita domanda a fine incontro “Elvira, andiamo a casa a lavorare?” Lavorare, nella sua lingua, che solo Elvira e sua sorella conoscevano, significava “cenare”. “No papà, è questa la tua casa, è qui che stasera vai a lavorare”, gli rispondeva con un velo di tristezza negli occhi. Elvira lo abbracciava, lo conduceva nella sala da pranzo, gli sistemava il bavaglio, versava per lui e gli altri suoi tre amici acqua e vino, lo riabbracciava e andava via sorridendo, corrisposta, sicura che il sabato lo avrebbe rivisto. E tutto questo aveva il calore della primavera, sapeva di buono e di dolce.
La sera, sdraiata sul divano, Elvira si addormentò, ma il suo sonno fu tormentato per tutta la notte da sogni funesti. Un gigantesco polpo nero, con i suoi tentacoli, si muoveva per tutta la stanza e cresceva e aumentava di dimensioni fino a occupare tutto il quartiere circostante e infine tutta la città. Tentò di svegliarsi, di urlare, ma non riusciva a emettere nessun suono. Si svegliò stremata all'alba, accese la tv e ascoltò distratta il telegiornale tra un sorso e l'altro di caffè. Captò soltanto alcune parole: "giovane di 38 anni… contagiato… nel lodigiano" …e niente più. Ritornò a letto e si assopì di nuovo.
Il giorno dopo si recò dal padre, ma venne accolta all’ingresso da un assistente con il viso coperto da una mascherina da chirurgo. “Mi dispiace signora Elvira, per decreto delle autorità, lei non può entrare. Proviene da una zona a rischio”, la informò sommessamente. “Quale zona a rischio? Avevo promesso a mio papà che sarei venuta per trascorrere il nostro pomeriggio insieme”, ribatté Elvira. “Non c’è stato nessun avviso, nessun avvertimento”, insistette. Si sentì come avvinghiata dal polpo nero della notte prima, stretta tra i suoi tentacoli, senza respiro. All’improvviso tutto le fu chiaro:  il grido di Mirella,  le notizie al mattino. Il gigantesco polpo nero aveva disteso i suoi tentacoli su tutto e tutti. Stritolava chiunque gli si avvicinasse, i più inermi e fragili. Amava la moltitudine. Invisibile mostro, implacabile e vorace. Elvira pensò che forse lo aveva sfiorato nei luoghi affollati che aveva frequentato.

In un tempo impercettibile, tutto sembrò svanire: la sua vita frenetica, le aule della scuola, le grida dei ragazzi, gli abbracci, le passeggiate, le corse per prendere il treno, il teatro, il ballo, la dolcezza del padre. Nel suo cuore calò un silenzio buio e profondo. Eppure tutte le mattine, si alzava, faceva colazione e volgeva lo sguardo verso il suo giardino.  Fissava l’albero dai fiori bianchi che teneva come per mano il ciliegio dai fiori rosa e pensava: “Sarà primavera e torneranno i colori”.


IL CIELO IN UNA STANZA

di MONIA CACCIERO - scrittura narrativa con Michela Tilli

Cerco di socchiudere gli occhi e immagino ciò che ora non mi è permesso di vedere. Quante cose si possono osservare, scoprire ed ammirare in tutta la loro bellezza. Ma prima non me n’ero accorta. Il vortice del ritmo frenetico della vita quotidiana ha offuscato la meraviglia intorno a noi. Il traffico, il rumore, le urla, gli spintoni, la gente che non ti degna di un saluto, gli sguardi minacciosi e incattiviti dal singolo egoismo. Ed ora, chiusi in noi stessi, tra le mura delle nostre case ma lontani dai nostri cari, dagli amici di sempre, dalla vita mondana, tutto è irraggiungibile. Ciò che prima era scontato, ora non lo è più. Ora è possibile assaporare il vero gusto delle piccole cose, delle azioni mai fatte prima. Ci accorgiamo di esistere, di vivere un’altra vita, in un’altra dimensione al di fuori delle nostre abitudini, della solita routine massacrante che non sopportavamo più. Ora ci manca! Quanti libri non letti, rinviati a domani, ai giorni seguenti. Quanti gesti dimenticati. Quanti sapori mai provati. Quanti sbagli inosservati. Quante prove evitate. Quante strade mai percorse. Quanti giudizi inopportuni. Quante occasioni perse. La linfa vitale che ci circonda è a un passo da noi ma abbiamo smesso di osservarla. Ricominciamo ad apprezzare i nostri sensi. Distendiamoci. Restiamo in ascolto ora più che mai.


UN PENSIERO

di DILETTA PERRECO MORGAN - scrittura narrativa con Michela Tilli

Ho trascorso anni ad indossare maschere per camuffare le difficoltà e non trasmettere al prossimo il peso di una vita costellata dai dolori fisici e dalla solitudine in cui la malattia ti può portare.

Ho osservato in questi giorni che quella regola di contenere le difficoltà, di mostrarsi allegri e sorridenti è venuta a mancare con l'arrivo di questo virus. Molti miei contatti non hanno fatto che buttare fuori, come un fiume in piena, la loro paura. Paura che i giorni siano uguali, paura per la perdita del lavoro, dei legami, della malattia, della morte. Tutte paure che ho attraversato.

Sto convivendo da molti anni con la paura e la sola cosa che ho cercato di fare è stata quella di continuare ad andare avanti. Ho continuato ad allenarmi e, allo stesso tempo, anche se molti amici se ne sono andati, me ne sto facendo di nuovi e do una possibilità a questa vita e anche a me, di non nascondere più il mio dolore perché è uguale a quello dell'altro.

Ora che l'altro attraversa come me il tempo del coronavirus, ho la sensazione che capisca la difficoltà che deriva dalla perdita di libertà. Avrei voluto sentirmi unita nella vittoria, nella pari libertà di movimento che hanno tutti gli altri, ma in questo periodo sono gli altri che condividono con me la loro limitazione di movimento e di libertà, le giornate sempre uguali che si susseguono.

Così mi sono permessa di scrivere poche righe per dire di cercare dentro di voi ciò che amate, di tenere impegnata la mente nelle attività che vi danno energia. Per quanto riguarda me cercherò in questa occasione di offrire una chance ai nuovi legami, e non solo alla mia vicina di casa che mi è stata vicina, e agli amici vicini e lontani incontrati lungo il percorso, aspettando insieme a voi il tempo in cui potremo muoverci in libertà, uscire, abbracciarci e guardarci nella nostra umanità, offrendoci un aiuto sincero anziché continuare a fare i nostri interessi lasciando indietro chi non corre alla nostra velocità. Può darsi che qualcosa di buono provenga da tutta questa lentezza. Forse qualche risposta da voi, qualcosa a cui io non avevo pensato, mentre, andando al mio passo, cercavo di fare il mio meglio.


Tu
Io?
Si, tu.
Ditemi.
Portaci fuori.
Non si può uscire.
Dai, ti prego. Portaci fuori.
Ho già detto che non si può.
Solo un pochino. Facciamo un giro solo.
Non si può uscire, è vietato-vietatissimo per tutti.
Tutti-tutti no. Ci sarà qualcuno che può uscire, no ?
Si, qualcuno può uscire, ma non voi. Per voi è vietato.
E’ un’ingiustizia, non facciamo del male a nessuno, solo un giretto.
Ho già detto di no. E lo dicono in tanti: il sindaco, il ministro e persino i cantanti.
Devi ribellarti, fare una sommossa.
Non ci penso nemmeno, non esco.
Devi insorgere, protestare con tutti.
Fate le brave e non scocciatemi più.
Te ne pentirai e sarai tu a chiederlo.
Forse, per il momento ci fermiamo.
E se ce lo chiederai, diremo di no.
Basta, tornate nella scarpiera.
Ok, ma scordati le gare per un pò.

NICOLETTA LA TORRE - scrittura narrativa con Michela Tilli


Alle Origini Del Teatro

Viviamo giorni difficili, fuori dall’ordinario, che ci chiamano a riflettere, interrogarci…Sono giorni che vedono quasi tutte le attività ferme, le città deserte, un senso di morte, di smarrimento, di buio…I teatri chiusi, le sale prove e le sale in cui si insegna e si apprende la recitazione, chiuse…

Anni fa ho scritto un piccolo libro, in questi giorni mi è tornato alla mente il primo capitolo, e ho deciso di metterlo qui sul sito, una speranza di luce che voglio donare ai miei amati allievi, per ricordare loro quanto sia importante e prezioso e speciale il Teatro. Non solo a loro, a tutti, un piccolo dono, col cuore.

Coraggio, torneremo a abbracciarci, a sognare, e far sognare! Torneremo luminosi più che mai!

Pujadevi http://www.pujadevi.it/2020/03/23/alle-origini-del-teatro/