sala Picasso
L'Altro Binario
Durata spettacolo:
n.d.
Biglietti disponibili online:
intero € 15, ridotto € 12, under 18 € 6
Biglietti disponibili con prenotazione:
allievi Binario 7 € 10
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In una sera di pioggia, una donna incinta bussa alla porta di un uomo che non aspettava nessuno. Imbarazzo, silenzi, parole sbagliate. Quale relazione li lega?
Il donatore è un testo teatrale a due voci che si svolge nell'arco di un pomeriggio, in uno spazio sospeso e provvisorio, attraversato dalla musica di una collezione di vinili. L'incontro è tra un uomo e una giovane donna incinta: lui ha donato il proprio seme molti anni prima, lei è una delle figlie nate da quella scelta e ha deciso di cercarlo. Non per reclamare qualcosa, ma per interrogare la propria origine nel momento in cui sta per diventare madre. Il testo affronta il tema della donazione come gesto umano carico di conseguenze simboliche. Donare è stato un atto di generosità o di egoismo? È possibile aiutare senza assumersi responsabilità relazionali? Esiste davvero una separazione netta tra biologia e legame?
Attraverso un dialogo serrato, ironico e a tratti conflittuale, Il donatore mette in crisi le categorie di padre, famiglia, verità, normalità, mostrando quanto siano fragili quando vengono attraversate dalle vite reali. La musica attraversa tutto il testo. I vinili - dal rock degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta fino alle sonorità più contemporanee - diventano il terreno su cui si misurano le epoche, le illusioni, le sconfitte e le eredità. La storia privata si allarga progressivamente a una riflessione collettiva: ogni generazione giudica la precedente, ogni generazione si sente tradita, eppure qualcosa resiste, si trasmette in forme impreviste.
Al centro del testo c'è una domanda radicale: cosa resta quando cade l'idea della famiglia tradizionale? Il donatore non offre risposte rassicuranti, ma apre uno spazio di complessità.
Il donatore è un testo che interroga il nostro presente, mettendo in scena la crisi delle figure tradizionali senza nostalgia, con ironia, ferocia e tenerezza. Un dialogo sull'origine, sulla verità e sul desiderio, che parla di genitorialità senza padri ideali e di figli che non cercano più un'autorità, ma una storia da poter raccontare e riscrivere.
Questo spettacolo nasce da incontri, amicizie e dialoghi con donne che hanno scelto di diventare madri, emancipandosi da modelli familiari che non le rappresentavano.
Da queste storie è nata una domanda sul significato della genitorialità e poi sul concetto stesso di famiglia e di organizzazione della nostra società. Per secoli il sistema sociale si è fondato su un modello indiscutibile: uomo e donna, marito e moglie, padre, madre, figli, con ruoli di genere assegnati alla nascita e considerati naturali. Il progressivo riconoscimento pubblico di famiglie che non corrispondono a questo schema mette inevitabilmente in discussione tutto questo impianto.
Parlare di una famiglia omogenitoriale, quindi, non significa raccontare soltanto una storia d'amore o il desiderio di avere un figlio, ma aprire domande che riguardano tutti: che cosa definisce davvero una famiglia? Che cosa rende un genitore tale? Quanto contano la biologia, quanto la cura, quanto la cultura?
Ho scelto di affrontare questi interrogativi dalla prospettiva della figlia di una coppia di donne che, per ragioni personali, decide di incontrare l'uomo che ha donato il proprio patrimonio genetico permettendole di nascere. Un gesto compiuto gratuitamente, senza alcuna aspettativa di ritorno, e proprio per questo capace di suscitare interrogativi talvolta difficili da comprendere.
La vicenda si svolge nell'unità di tempo e di luogo. È un pomeriggio di pioggia, alla periferia di una capitale del Nord Europa. Due persone, profondamente legate e allo stesso tempo assolutamente estranee, si incontrano per la prima volta. Sarebbero un padre e una figlia, ma non si chiamano così. Lo spazio scenico diventa una sorta di cellula, un luogo mentale. Una scatola fragile. Anche le identità, come le famiglie, sono costruzioni che prendono forma nel tempo attraverso le relazioni.
All'inizio dello spettacolo sembra che tutto ruoti intorno alla biologia. Il patrimonio genetico, le somiglianze fisiche, i tratti ereditari, la domanda inevitabile: esiste davvero un legame tra queste due persone? Ma, scena dopo scena, il centro del racconto si sposta. La questione non è più da chi veniamo, bensì come diventiamo ciò che siamo.
La memoria attraversa l'intera drammaturgia. I protagonisti non condividono alcun ricordo, eppure cercano di costruire insieme una storia comune. Fotografie, documenti, oggetti, odori, canzoni riemergono come frammenti di passato che ciascuno interpreta in modo diverso. La verità è un terreno instabile. Lei, documentarista, ha fatto della ricerca della verità il proprio mestiere. Lui, al contrario, ha attraversato la vita riscrivendo continuamente il racconto di sé, dimenticando, talvolta mentendo. Il loro dialogo diventa anche il confronto tra due modi opposti di abitare il mondo.
Lo spettacolo è anche un confronto fra generazioni. Da una parte chi è nato tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta; dall'altra chi appartiene al nuovo millennio. Due modi diversi di guardare il lavoro, la libertà, il futuro. La musica attraversa l'intera drammaturgia. Una collezione di vinili accompagna il racconto dagli anni Cinquanta fino a oggi, trasformandosi in una mappa emotiva delle diverse generazioni. Ogni disco rappresenta un modo diverso di guardare il mondo: il rock come ribellione, la controcultura, il disincanto, fino alle musiche contemporanee che raccontano nuove fragilità.
Questo spettacolo non parla soltanto di omogenitorialità. Parla della responsabilità che ciascuno assume nei confronti della vita degli altri. Il titolo Il Donatore finisce per assumere un significato più ampio del semplice gesto biologico. Donare significa lasciare qualcosa di sé senza poter controllare quale forma prenderà nel futuro. Vale per il patrimonio genetico, per l'educazione, per l'amore, per la memoria, per le parole che scegliamo di consegnare a chi verrà dopo di noi. Questo spettacolo è un invito a interrogarsi su ciò che chiamiamo famiglia, identità, eredità. Forse ciò che davvero ci rende genitori, figli o comunità non è il sangue, ma la responsabilità che scegliamo di assumerci gli uni verso gli altri.
Laura Sicignano
testo e regia
Laura Sicignano
con
Federica Carruba Toscano
Roberto Serpi
produzione
Fondazione Luzzati Teatro della Tosse
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